Il lato “giapponese” di Vincent Van Gogh

Vincent Van Gogh era sempre stato affascinato dalla cultura giapponese, tanto che fin da quando intraprese il mestiere di mercante d’arte iniziò a collezionare illustrazioni e stampe. Nel 1886 raggiungerà il fratello Theo, in Francia, e qui inizierà a sviluppare una conoscenza più profonda dell’arte orientale, alimentata anche dai rapporti con altri pittori e intellettuali dell’epoca. Un anno dopo il suo arrivo a Parigi organizzerà addirittura due mostre di arte giapponese, fallimentari dal punto di vista economico, ma che gli permetteranno di entrare in contatto diretto con quelle che lui definiva “giapponeserie”. Dalle stampe giapponesi assimilerà la cromia decisa, fatta di vaste campiture di colore puro e luminoso, oppure modulata da brevi pennellate di sfumature contrastanti, inoltre recupererà anche nero, il cui utilizzo era stato completamente abolito dagli impressionisti. I suoi grossi girasoli appassiti richiamano le peonie mosse dal vento e ripiegate su sé stesse realizzate da Hokusai. L’ossessione per queste grafiche è tale che porterà Van Gogh a tentare di riprodurre sulla tela, con delle pennellate lunghe e sottili, le tipiche increspature della carta di riso.

Un significativo esempio dell’influenza giapponese là si trova nel “Ritratto di Père Tanguy”, di cui ne realizzò 4 versioni differenti, inserendo in ognuna di esse, più di un elemento che fa riferimento alle immagini del mondo fluttuante. In una di queste versioni aggiungerà sullo sfondo tre geishe, che riprende dalle stampe di Utamaro “La cortigiana Takao della casa Miuraya” e di Kunisada “Un attore nei panni della geisha Chokichi”. Alle spalle di Tanguy inoltre si intravede anche un paesaggio dominato da un monte, che potrebbe essere ispirato da una delle famose “Trentasei vedute del monte Fuji” di Hokusai.

Vincent verrà sempre più incuriosito da quest’arte, e quando deciderà di andare a vivere nella tranquilla cittadina di Arles, in Provenza, troverà il suo vero “Giappone”. In una lettera rivolta a suo fratello Theo scriverà: “Vorrei che passassi un po’ di tempo qui, capiresti dopo un po’, l’occhio cambia, si vede con un occhio più giapponese, si sente il colore in modo diverso.” A poco a poco, prende coscienza del fatto di non aver più bisogno delle stampe e inizia a tratte ispirazione dai paesaggi provenzali. Spesso si rende conto di poter osservare quotidianamente delle scene e dei panorami che avrebbero potuto benissimo essere scambiati con delle opere di Hokusai o di Hiroshige. Van Gogh continuerà a rappresentare le bellezze naturali che lo circondano e questa per lui diventerà anche una fonte di serenità e felicità. Questo sentimento è ben rappresentato da “Rami di mandorlo in fiore”, i fiori e i colori chiari, che caratterizzano tutta l’opera, posso essere interpretati quasi come un inno alla vita e alla gioia.

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“Ramo di mandorlo in fiore”

Questo legame tra autore e natura diventerà sempre più stretto al punto che i paesaggi che dipingerà saranno spesso gli specchi dei suoi stati emotivi e negli ultimi anni della sua vita, caratterizzati da una profonda crisi, traccerà vedute inquietanti e tormentate. “La forra Les Peiroulets” (1889) riporta un panorama fatto di colori decisi, che ricorda “Tre uomini fanno picnic presso la cascata Amida” di Hokusai, ma non riflette la stessa maestosa armonia, anzi evidenzia il malessere interiore dell’artista, e insieme alla natura violenta, simboleggia il baratro della malattia e della follia che lo porteranno al suicidio l’anno successivo. Le stampe giapponesi non mossero in Van Gogh solo dell’interesse, ma delle vere e proprie emozioni che influenzarono innanzitutto il suo modo di osservare il mondo e di conseguenza le sue meravigliose e toccanti creazioni.

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