Il riscatto del Manierismo

La definizione di “manierismo” si deve all’artista e storico dell’arte Giorgio Vasari, infatti fu lui il primo ad introdurre il termine “maniera” come sinonimo di stile, nel suo famoso scritto intitolato Le Vite. Attorno al XVII e XVIII secolo si iniziò ad utilizzare la parola “manierismo” per raggruppare le diverse esperienze che avevano animato lo scenario artistico che andava circa dal 1520 fino al 1600. Il fenomeno manierista fu considerato per molti secoli come un capitolo buio all’interno della storia dell’arte soprattutto se paragonato con la stagione immediatamente precedente: ossia il Rinascimento, considerato sotto diversi aspetti come uno dei migliori esempi di perfezione e bellezza. Solo all’inizio del 1900 si inizierà ad osservare il Manierismo da una diversa prospettiva e ne verranno esaltate proprietà che fino ad allora venivano ritenute pecche, saranno apprezzate in particolare la volontà di emancipazione e la ricerca di un’estetica al di fuori dei canoni tradizionali.

Ritratto di sei poeti toscani Vasari

Andiamo ora ad analizzare più nello specifico lo stile di questa corrente. L’eleganza e la grazia potrebbero essere definite come i principali motori della ricerca manierista, poiché è proprio dal desiderio della loro realizzazione che ne deriva la cosiddetta licenza dalla regola, cioè la libertà compositiva e stilistica tanto amata ed ammirata dagli artisti del primo Novecento. La licenza dalla regola, al contrario di quello che si potrebbe immaginare, parte proprio da una profonda conoscenza dei dettami rinascimentali, tanto che il percorso d’apprendimento che andavano ad affrontare tutti gli aspiranti pittori si basava su un accurato studio della produzione di Leonardo, Raffaello e Michelangelo. Ma al contrario dei loro predecessori i manieristi attribuiscono una grande importanza al loro gusto personale e per questo in molti casi le proporzioni e la prospettiva vengono trascurate.

Il virtuosismo è un altro tassello che sta alla base di questa corrente artistica, per tanto non è per nulla inusuale trovare nelle tele personaggi con un infinito registro di pose ed espressioni, al punto che alle volte risultano addirittura esagerate o inadeguate. A tutto ciò si accompagna la ricerca della bizzarria, che anche in questo caso può essere riscontrata sia nelle pose che nelle espressioni dei soggetti, ma non solo, infatti anche l’aspetto fisiognomico dei personaggi, grazie alla noncuranza delle proporzioni, può mostrarsi al quanto inusuale, infine la stranezza in molti casi investe anche l’uso dei colori.

Per quanto riguarda la diffusione dell’arte manierista il 1527 fu una data cruciale: a quell’anno risale il Sacco di Roma e di conseguenza un nutrito gruppo di pittori che si erano formati nella città eterna sotto l’ala di papa Clemente VII e che avevano dato vita ad una corrente stilistica che si stava progressivamente allontanando dalla lezione rinascimentale, fuggì verso altre corti. Così Roma perse lo scettro di capitale culturale non solo italiana, ma europea, e parallelamente si formarono altri importanti centri nel panorama artistico. Firenze fu alimentata dall’influente presenza del Vasari e del Pontormo, Bologna e Parma furono animate dalle opere del Parmigianino, Mantova si impose come sede dell’architettura manierista grazie all’operato di Giulio Romano e al cantiere di Palazzo Te. Oltre i confini italiani vale la pena citare Fontainebleau dove venne accolto Rosso Fiorentino e Praga nella quale, grazie alla volontà dell’imperatore Rodolfo II d’Asburgo, giunse Giuseppe Arcimboldi.

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