Le strabilianti avventure del regista Wes Anderson

Mondi fatti di personaggi un po’ impostati, ma tremendamente veri, mai davvero buoni e mai davvero cattivi, di deliziose inquadrature simmetriche ed ordinate e di ambienti curati in ogni più piccolo particolare, a partire da una raffinata tazzina di thè fino alla pittoresca facciata di un grand hotel. Se tutto questo vi è famigliare forse siete incappati in qualche scenografia di Wes Anderson.
Il regista-scenografo all’anagrafe Wesley Mortimer Wales Anderson nasce il 1° maggio del 1969 a Houston in Texas. Il suo estro creativo viene alla luce molto presto e già alle superiori si dedica alla scrittura e alla regia dando vita ad alcune opere teatrali. Dopo essersi diplomato si iscrive alla facoltà di filosofia alla University of Texas ed è proprio qui che stringerà amicizia con i fratelli Wilson ed insieme a loro inizierà a dedicarsi al mondo del cinema. “Un colpo da dilettanti” (Bottle Rocket) è il primo film di Anderson e si ispira all’omonimo cortometraggio, realizzato insieme ai Wilson.

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Già in questa occasione si possono individuare, seppur i fase embrionale, le principali caratteristiche che contraddistingueranno le opere di Anderson: personaggi squinternati e contraddittori, situazioni surreali e soprattutto una grandissima attenzione per la fotografia. Nel 1998, pochi anni dopo “Un colpo da dilettanti”, Anderson fa uscire “Rushmore”: un film che senza dubbio ha molto a che fare con il suo passato adolescenziale, a partire dalle ambientazioni, infatti parte delle scene verranno girate proprio tra i corridoi della sua scuola, fino alla personalità del protagonista, senza dubbio molto affine a quella del regista, che proprio come lui anziché dedicarsi allo studio preferisce inventare opere teatrali.

I Tenenbaum

Il film che però porta davvero alla ribalta i fantastici universi di Anderson è “I Tenenbaum” (2001) realizzato a braccetto con l’amico Owen Wilson. A partire da “I Tenenbaum” Wes inizia ad avvalersi di cast super-stellati, Bill Marrey, Angelica Huston e Adrien Brody sono nomi che ricorrono diverse volte nella sua filmografia, ma vanta collaborazioni anche con George Clooney, Gwyneth Paltrow, Ben Stiller e Cate Blanchett. I suoi scenari spesso sono talmente ben curati da sfiorare una bellezza quasi onirica, che ben si lega anche all’animazione: “Fantastic Mr. Fox” (2009) e il recentissimo “L’isola dei cani” (2018) ne sono dei validissimi esempi. L’elemento fantastico, in misure più o meno marcate, è comunque riscontrabile in tutte le produzioni di Anderson, al punto che è difficile trovare una sceneggiatura senza neanche una piccola stranezza.

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Fiaba e cinema si mescolano sul set di “Le avventure acquatiche di Steve Zissou” (2004) dove un documentarista (Steve Zissou) una volta resosi conto del declino della sua brillante carriera, decide di mettersi alla ricerca di un’animale fantastico, lo squalo-giaguaro. Dopo mille peripezie fuori e dentro l’acqua Zissou si troverà finalmente a quattrocchi con la bestia famelica, non avrà la forza di affrontarla, ma contro ogni aspettativa quest’incontro gli porterà un’immensa fortuna.

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La parte conclusiva di quest’articolo la voglio dedicare al film che mi ha fatto affacciare sulla brillante produzione di Anderson, ossia: “Grand Budapest Hotel” (2014). Già l’incipit del film ci catapulta in una storia intricata, ma tremendamente coinvolgente, un flashback sussegue l’altro fino a portarci finalmente agli anni di pieno splendore del Grand Buapest, un albergo situato in un posto non ben definito sulle Alpi orientali. Gli anni sono quelli della seconda guerra mondiale, l’hotel è prestigioso e lussuoso ed è frequentato assiduamente da tutte le nobili famiglie europee.

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Il protagonista al centro delle varie vicende che si tengono nell’edificio è il consierge Monsieur Gustave H., un uomo carismatico sempre conteso da una lunga serie di amanti, tutte molto più vecchie di lui. Un giorno una di queste viene trovata morta nelle stanze della sua villa, e alla lettura del testamento scopriamo che ha lasciato in eredità proprio a Monsieur Gustave il dipinto “Ragazzo con mela”. Questo fatto scatena l’invidia del figlio della nobile signora , Dmitri, che non appena verrà a conoscenza del “furto” della tela, ad opera di Monsieur Gustave, si metterà subito sulle sue tracce. L’esagerata importanza che viene attribuita al quadro, bramato da tutti, e la morte della sua proprietaria sono avvolti nel mistero e sono sconvolti da continui colpi di scena. Il finale ci riproietta in avanti e ci permette finalmente di trarre tutte le conclusioni incastrate l’una dentro l’altra come delle piccole matrioske. Ovviamente vi invito a vedere, se non l’avete gia fatto, “Grand Budapest Hotel” e tutti gli altri film creati e curati da Wes Anderson e mi raccomando non perdetevi quello in uscita, “L’isola dei cani”, in Itala dal 1° maggio!

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