“Dancing with Myself”

Dopo la bellissima esperienza di “Treasures from the Wreck of the Unbelievable”, ho deciso di tornare a Punta della Dogana per andare a visitare la nuova mostra ospitata al suo interno, “Dancing with Myself”. Quest’ultima al contrario della precedente è un’esposizione collettiva, che raccoglie al suo interno 156 opere create da 32 autori diversi. Filo conduttore dell’evento è l’indagine attorno alla propria identità. Dalle ricerche fatte da vari artisti attorno a questo tema si sono sviluppati risultati al quanto variegati, nati naturalmente da metodi e da punti di vista molto differenti. “Dancing with Myself” è già stata presentata ad Essen nel 2016 presso il Museum Folkwang, la versione veneziana però si distingue dalla precedente, innanzitutto poiché è stata completamente ripensata dai curatori Martin Bethenod e Florian Ebner per essere adattata ai suggestivi spazi di Punta della Dogana, in secondo luogo perché al suo interno può contare ben 56 opere che non erano incluse nell’evento di Essen.

Ma torniamo ora alla tematica principale dell’esposizione, ossia la scoperta del sé, il titolo ne è certamente un emblema, infatti in un certo senso tutti gli artisti prima o poi nell’arco della loro carriera si ritrovano a “ballare” con sé stessi, ma l’esito di questi assoli non è mai scontato, tanto più se consideriamo il contesto storico in cui gli autori presenti alla mostra si sono trovati/si trovano ad operare. Tutti appartengono a tempi piuttosto recenti, e questo non è per nulla da trascurare, infatti grazie alla filosofia e alla nascita della psicanalisi, nel Novecento si è sviluppata un’idea del nostro essere mutevole, in continua evoluzione se non addirittura in contraddizione.

Questa identità danzante, che scappa da una parte all’altra senza mai sentire la necessità di fermarsi, la si può ritrovare nei lavori di Claude Chaun e Cindy Sherman, due donne che non hanno avuto nessun timore nel mostrare il loro essere sotto diverse forme, ma in maniera diametralmente opposta. Chaun è stata una surrealista, i suoi autoritratti fotografici con la testa rasata sono diventati iconici, è stata una precorritrice di tempi e tendenze giocando con il genere maschile/femminile e con i ruoli, ai tempi molto rigidi, sanciti dalla società. Sherman sicuramente gode di molta più notorietà, ed è tutt’oggi una delle donne che hanno fatto e che fanno l’arte contemporanea, anche lei come la Chaun si avvale del medium fotografico, ma nei suoi scatti sono presenti identità organizzate su diversi livelli. Nelle sue opere, specialmente in quelle in cui richiama gli stereotipi femminili hollywoodiani, non solo vengono citati ruoli, ma anche attrici, stili di regia e generi cinematografici. Questo camaleontismo è stato interpretato da molti non come introspezione, ma come negazione del proprio essere in favore dei cliché prodotti dai mass-media.

In fondo ai lavori di queste due artiste si può trovare un pizzico di giocosità, e nei lavori di altri la voglia di camuffarsi molte volte sfocia nell’ironia, e questo è senza dubbio il caso di Maurizio Cattelan e Lili Reynaud-Dewar. Quest’ultima è presente in “Dancing with Myself” con un’opera di video-art intitolata “I am intact and I don’t care (Pierre Huyghe, Centre Pompidou)” in cui, interamente dipinta di nero, balla nuda in delle sale espositive. Si tratta senza dubbio di una delle realizzazioni che più mi è piaciuta, la Reynaud-Dewar si è mostrata senza maschere, senza timore e senza alcun ritegno. Trascurando completamente i giudizi altrui assume dei comportamenti completamente anticonvenzionali, ma con la rilassatezza di chi si accinge a fare dei semplici gesti quotidiani. Dall’altra parte invece abbiamo Cattelan, uno degli artisti contemporanei made in Italy più conosciuti e apprezzati al mondo, con “We”. In questo pezzo Cattelan omaggia il duo Gilbert & George richiamando la loro creazione “In bed with Lorca”, e sostituendo i loro visi con il suo in un certo senso è come se sdoppiasse la sua persona, esaltando le caratteristiche antitetiche della nostra personalità.

La ricerca di sé stessi in molti casi si ricollega anche ad un’identità di insieme, a un senso di appartenenza ad una comunità. Negli anni ‘90 Felix Gonzalez-Torres ha portato alla luce i disagi della comunità gay, trattando problematiche che sentiva proprie, ma che allo stesso tempo colpivano anche molte altre persone. Gonzalez-Torres in “Untitled (Blood)”, opera che apre l’intera esposizione, espone il gravissimo problema dell’AIDS, avvalendosi di materiali tipici della sua produzione (in questo caso perline rosse e bianche) riesce a sottolineare in maniera molto accattivante un tema per nulla facile da portare sotto i riflettori.

Infine abbiamo la combinazione tempo-identità, l’avanzare del tempo muta tutto, compresi noi stessi, e questo lo sanno bene Urs Fischer e Alighiero & Boetti entrambi presenti a “Dancing with Myself” con delle sculture, che momento dopo momento, cambiano le loro sembianze. Fischer espone un’opera realizzata in cera di paraffina che si scioglie, all’inizio della mostra completamente intatta arriverà alla fine irriconoscibile. Mentre Alighiero & Boetti (da notare il nome d’arte) porta un’opera, che grazie alla combinazione tra acqua e bronzo riscaldato, crea una nuvola di vapore. L’intenzione di Boetti è quella di rappresentare il processo creativo, ma sono evidenti anche i rimandi alla terribile malattia che l’ha colpito nel suo ultimo anno di vita (un tumore al cervello).

“Dancing with Myself” è stata inaugurata l’8 aprile 2018, ma per chi volesse andare a vederla rimarrà aperta fino al 16 dicembre 2018. Io consiglio a tutti di visitarla innanzitutto per l’altissimo livello delle opere e degli artisti che vi hanno preso parte e poi anche perché porta alla luce temi ancora attualissimi e sui quali è sempre interessante e importante riflettere.

https://www.palazzograssi.it/it/mostre/in-corso/dancing-with-myself/

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